Come ottimizzare e gestire un Hard Disk SSD

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Per non perdere prestazioni nel tempo e rendere sempre al massimo, gli Ssd necessitano di una manutenzione dedicata e di alcune impostazioni particolari. Ecco come fare.

 

VERIFICARE LO STATO Di SALUTE DI UN SSD

Per verificare lo stato di salute del proprio Ssd ci sono due approcci differenti e altrettanto efficaci: la lettura dei parametri operativi (Smart, acronimo di Self-Monitoring, Analysis and Reporting Technology) e un controllo sulle prestazioni globali. Entrambe queste attività possono essere fatte tramite alcuni semplici software, gratuiti e di semplice utilizzo. Uno dei più diffusi in ambiente Windows è CrystalDiskInfo, un tool gratuito, disponibile anche in versione portable, che potete scaricare a questo indirizzo: http://crystalmark. info/download/index-e.html.

Per il sistema operativo OS X potete invece scaricare una semplicissima utility chiamata Smart Utility (http:// www.macupdate.com/app/mac/24875/ smart-utility) in grado di fornire tutte le informazioni necessarie.

I parametri Smart sono relativi alle funzionalità base di un disco e rappresentano dal punto di vista tecnico dei contatori da tenere in seria considerazione per valutare lo stato di salute di un dispositivo. Durante la vita di un
comune dispositivo di archiviazione questi parametri si incrementano ogni qualvolta accade un evento, e tengono traccia di tutto quanto successo (in termini di eventi critici) nella vita di un disco.

Alcuni di essi sono inutili per un disco allo stato solido (tempo di avvio del motore, riavvii del motore e altri simili), ma molti altri sono estremamente significativi, a volte ben di più di un disco normale. Alcuni, quasi trascurabili per un disco meccanico, rappresentano dei veri e propri campanelli d’allarme per un disco allo stato solido.

Il numero di settori riallocati, i settori non correggibili o gli errori in lettura sono dati estremamente significativi sullo stato di salute delle celle di memoria flash e devono essere presi in serissima considerazione, dato che possono indicare uno stato di salute
critico del disco. Tenere in seria considerazione questi dati permette di gestire al meglio i dispositivi di archiviazione allo stato solido che, ricordiamolo, operano purtroppo in contesti in cui i sistemi operativi li trattano quasi esclusivamente come fossero dischi tradizionali. Da ciò ne consegue anche che le normali operazioni di manutenzione su dischi magnetici (in grado di migliorarne il funzionamento) possono essere inadeguate sugli Ssd e portare a deterioramenti rapidi se effettuate troppo di frequente. Inoltre è possibile agire in maniera preventiva per evitare che il deterioramento avvenga, bypassando alcune funzionalità dei sistemi operativi. Nel seguito vi mostreremo come effettuare le due cose, evitando di affaticare inutilmente il disco e monitorando le sue funzionalità.

Il punto cruciale è che i programmi e molte parti del sistema operativo non tengono in minima considerazione il metodo di scrittura degli Ssd e, in molti casi ci sono dei processi molto utilizzati, studiati per il mondo dello storage magnetico, che possono ridurre sia le prestazioni sia l’aspettativa di vita di un Ssd. In questa prima parte vedremo quali sono tali programmi e funzioni e come possiamo disabilitarle in modo da limitare il loro contributo nel deterioramento del disco Ssd, evitando anche sprechi computazionali e rendendo anche il sistema più reattivo.

La frammentazione dei dati in un disco allo stato solido non è un problema come lo era invece per i dischi magnetici. La lettura e scrittura parallela da più celle di memoria rende la frammentazione dei dati una cosa quasi inevitabile dal punto di vista fisico ma ininfluente da quello funzionale. Il problema è però che molti sistemi operativi hanno abilitato di default il processo di defrag, che agisce continuamente sul disco e può portare sia a un peggioramento delle prestazioni sia a un consumo eccessivo del disco, con numerosissime piccole scritture che contribuiscono al deterioramento del prodotto.

Un defrag continuato, utilizzando sia lo strumento di default del sistema operativo sia qualche altro strumento software dedicato, non comporta dunque alcun miglioramento, ma rischia di ridurre drasticamente la vita di un Ssd. Un defrag settimanale sull’intero disco può tranquillamente dimezzare la vita presunta del dispositivo.

Per disabilitare il defrag programmato in ambiente Windows è sufficiente aprire, dal menu Start – Accessori -Utilità di sistema – Utilità di deframmentazione dischi e verificare immediatamente lo stato della situazione. I dischi presentati indicano quando è stata eseguita l’ultima deframmentazione (e la percentuale di frammentazione del disco).

Per disabilitarla sui dischi allo stato solido è necessario selezionare Configura pianificazione e Seleziona dischi, dove si può rimuovere ueTrag la spunta al modello allo stato cni allo solido per evitare continue inutili riscritture dei dati. ma- Il file system HSF+ utilizzato da Apple per il suo OS X è invece strutturato in modo tale che il defrag non sia necessario e quindi non esiste in maniera automatica su tali sistemi. Da questo punto vista, per gli utenti Mac, non c’è assolutamente nulla da fare.

Disabilitare l’indicizzazione del disco

Questa caratteristica, propria dei sistemi Windows, permette ricerche molto più rapide quando si utilizza un disco magnetico tradizionale, mentre non aiuta per nulla gli Ssd facendo per giunta molte piccole scritture in varie porzioni del disco che risultano a lungo termine deleterie.

Per disabilitare l’indicizzazione è possibile agire in due modi: direttamente nelle proprietà del volume considerato “Consenti l’indicizzazione del contenuto e delle proprietà dei file di questa unità” va disabilitato a priori. Se volete maggiori certezze è inoltre possibile disabilitare il servizio direttamente tramite il confi-guratore dei servizi. Dal prompt digitate “services.msc” e cercate il servizio “Windows Search”. Stoppate il servizio e nella voce “Tipo di avvio” selezionate “Disabilitato”. Questo preverrà che Windows faccia continue letture e piccole scritture su tutto il disco, andando a generare una piccola quantità di dati che si tramuta però in vaste riscritture delle celle di un Ssd. Per i sistemi basati su OS X l’indicizzazione viene eseguita da Spotlight. In questo caso abbiamo due possibilità complementari in base alle esigenze del singolo utente. La prima è disabilitare completamente il servizio di indexing tramite la riga di comando: sudo mdutil -a -i off, mentre la seconda prevede, tramite le preferenze del software (Preferenze di sistema – Spotlight – Privacy) di escludere determinate cartelle dall’indicizzazione, in modo da rimuovere quelle usate più di frequente che portano al maggior numero di lettura e scritture su disco da parte del servizio.

NO ALL’IBERNAZIONE

Nonostante l’ibernazione sia una funzionalità piuttosto utile, il suo utilizzo su sistemi dotati di un disco allo stato solido non è affatto l’ideale. È da preferire l’utilizzo della sospensione, che salva il lavoro sulla memoria Ram, in modo che la ripresa del sistema sia rapida e non incida sul disco allo stato solido. L’ibernazione infatti, a differenza della modalità sospensione, salva l’intera immagine della memoria sul disco, offrendo un extra lavoro notevole per le celle di un Ssd. Su un Pc o un Mac dotato di 8 Gbyte di Ram, ad esempio, ogni ibernazione scrive il contenuto completo della memoria su disco, offrendo un extra lavoro notevole per un disco allo stato solido. Considerando inoltre che, con un Ssd di buon livello, lo spegnimento completo di un sistema impiega pochi secondi, e la sua accensione solo qualche decina, il tempo dedicato a tale attività è praticamente irrilevante (a differenza dei minuti risparmiati utilizzando un disco magnetico in combinazione con l’ibernazione). In ambito Windows per disabilitare l’ibernazione è sufficiente, dal prompt dei comandi, digitare powercfg. exe /hibernate off e premere invio, oltre ovviamente riavviare il sistema. Utilizzando un sistema operativo OS X la procedura è molto simile: dal Terminale dei comandi è infatti sufficiente digitare sudo pmset hibernatemode 0. Per liberare lo spazio occupato in precedenza è inoltre utile il comando: sudo rm /var/ vm/sleepimage.

ELIMINARE IL PAGEFILE

Il file di paginazione, su sistemi moderni con un buon quantitativo di memoria Ram e un disco allo stato solido a disposizione, non è per nulla utile e, a volte, addirittura dannoso. Questo file è un supporto aggiuntivo, una memoria virtuale aggiunta alla Ram di sistema, ospitato sul disco rigido. La continua scrittura di dati al suo interno è di conseguenza un altro motivo di stress per il disco allo stato solido, ragione per cui è decisamente meglio eliminarlo. Il file esiste sia in ambiente Windows sia OS X e la procedura di disabilitazione è nel complesso molto simile. Per il sistema Microsoft tale file può essere gestito andando in Impostazioni di sistema avanzate che trovate nelle proprietà del computer. A questo punto nella scheda Avanzate selezioniamo Impostazioni nella sezione Prestazioni e, nella nuova finestra aperta, di nuovo Avanzate, Memoria virtuale – Cambia. Rimuovere la spunta dall’opzione per la gestione automatica del file di paging e selezionare Nessun file di paging nella parte inferiore del pannello premendo poi Imposta. La nuova configurazione avrà effetto dopo un riavvio del sistema.

LE UTILITY WINDOWS CHE ROVINANO L’SSD

Windows in particolare adotta alcune tecniche di caching che servono per migliorare la reattività del sistema, nate prima dell’arrivo sul mercato degli Ssd e nella maggior parte dei casi attivate di default sui sistemi in commercio. Queste tecniche consistono però in, di nuovo, numerose piccole letture e scritture che poco appesantiscono i dischi magnetici ma che hanno impatti notevoli sugli Ssd.

Due di queste sono Prefetch e Superfetch, apparse per la prima volta addirittura con Windows XP, ben 13 anni orsono. La prima consiste nella capacità del sistema di monitorare in tempo reale i file più utilizzati nell’avvio del sistema operativo e delle applicazioni, salvandoli in una cartella cache organizzata per essere sempre disponibile. La grande velocità degli Ssd e la non necessità di un organizzazione diretta per mantenere tali prestazioni rende il prefetch inutile e dannoso. Il secondo, introdotto con Windows Vista e responsabile inizialmente del consumo anomalo di Ram da parte di quel sistema operativo, è stato modificato in Windows 7 e successivi, pur restando piuttosto invadente.

Il superfetch consiste nel caching in un’area disco dedicata delle porzioni dei programmi utilizzati maggiormente, in modo da renderli sempre immediatamente disponibili alla Ram. Il consumo medio è abbastanza elevato e porta a scrivere su disco anche 1 Gbyte di dati in pochi minuti dopo l’avvio del sistema operativo, motivo per cui, con gli Ssd, è decisamente consigliabile disabilitarlo.

Per fare ciò per entrambe i servizi la procedura è la medesima: dal prompt dei comandi è sufficiente andare nel registro di sistema con il comando Regedit e andare nella cartella “HKEY_ LOCAL_MACHINE\ System\CurrentControl-Set\Control\SessionMa-nager\MemoryManage-ment\PrefetchParameters” e cliccare con il tasto destro sui due parametri EnablePrefetcher e EnableSuperfetch, modificando il valore predefinito (1 oppure 3 significa servizio abilitato) in 0 (disabilitato). Per completare la procedura occorre un riavvio della macchina.

LA CACHE DI SCRITTURA DISCO

Windows prevede la possibilità, per tutte le unità di archiviazione, di abilitare il servizio di write caching. Questo permette al sistema di scrivere i dati non direttamente sul disco quando necessario, ma archiviarli temporaneamente in Ram e riversarli su disco quando quest’ultimo è scarico. Dal punto di vista prestazionale il sistema guadagna qualche punto percentuale, mentre dal punto di vista dello stress elettronico la procedura porta a un incremento del numero di scritture rispetto a un semplice schema diretto. Per disabilitarlo è sufficiente andare, da Pannello di controllo, in Gestione dispositivi, aprire il pannello Unità disco, selezionare il disco Ssd e cliccare la voce Proprietà che appare premendo il tasto destro. A questo punto, nel pannello Criteri è possibile disabilitare la cache in scrittura. L’unico caso in cui sconsigliamo questa procedura è se il vostro sistema adotta un Ssd Intel, in questo caso infatti il decremento prestazionale impatta davvero negativamente.
RIPRISTINO DEL SISTEMA, FONTE DI STRESS

Il system restore (o ripristino di sistema) pur essendo un’ottima funzione del sistema operativo Windows, ha un effetto deleterio tanto sulle performance tanto sulla durata di un Ssd.

Con il passare del tempo le continue scritture necessarie per tenere aggiornato il sistema riempiono parzialmente lo stesso spazio di archiviazione, con continue sovrascritture nel complesso piuttosto deleterie, rendendo inoltre molto complesso il funzionamento corretto del comando Trim (di cui parleremo approfonditamente più avanti). Per disabilitare questa funzionalità è necessario selezionare Sistema nel Pannello di controllo e selezionare la scheda Protezione sistema. Dopo aver premuto il tasto Configura è possibile scegliere le impostazioni di ripristino e, nello specifico, disattivare la protezione di sistema.

Con questo semplice accorgimento si potrà evitare che il disco allo stato solido venga continuamente stressato con la scrittura dei dati di restore, in grado di coprire svariate decine di Gbyte ogni giorno.

Dopo aver evitato un’usura precoce del proprio Ssd attraverso le precauzioni analizzate nelle scorse pagine, andiamo ora a valutare le migliori soluzioni per mantenere in salute un disco allo stato solido, sia in termini elettronici sia prestazionali.

Un disco di questo tipo ha infatti bisogno di alcuni accorgimenti mirati per fare in modo che le celle di memoria e soprattutto le prestazioni non si deteriorino con il tempo, portando da un lato a errori hardware e dall’altro a rallentamenti notevoli in grado di invalidare i grandi benefici che dischi di questo tipo portano ai loro possessori.

 

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